Gaio Plinio Secondo e suo nipote Gaio Plinio Cecilio Secondo erano comaschi, e il lago compare nelle loro opere.
Le lettere del nipote descrivono la fonte della Pliniana, due ville sulla riva e la vita a Como; dove sorgessero quelle ville, invece, lo dice soltanto la tradizione.
«Ti ho portato dalla mia patria, come piccolo dono, una questione degna della tua dottrina»: così Plinio il Giovane comincia una lettera all'amico Licinio Sura (Lettere, IV, 30). Una fonte nasce sul monte, scende fra le rocce, viene raccolta in una piccola sala da pranzo costruita apposta, vi si trattiene un poco e poi cade nel Lario. Ha una natura straordinaria: tre volte al giorno, con crescite e cali regolari, sale e scende. Lo si vede a occhio nudo, e con gran piacere: ci si sdraia accanto, si mangia, si beve dalla fonte stessa, che è freddissima, e intanto l'acqua a intervalli fissi si ritira o si alza. Se si posa un anello sull'asciutto, l'acqua lo bagna piano piano e alla fine lo copre, poi lo scopre di nuovo e lo lascia; chi resta a guardare vede ripetersi la cosa una seconda e una terza volta. Plinio passa in rassegna le spiegazioni possibili, un soffio d'aria nascosto che apre e chiude la bocca della fonte come accade alle ampolle, una specie di marea, una vena che si svuota e si riempie, un contrappeso segreto, e lascia a Sura il compito di trovare quella giusta: a lui basta averla descritta bene.
Lo zio l'aveva già citata nella Naturalis historia (II, 232), in una riga sola: nel territorio di Como, presso il lago Lario, una fonte abbondante cresce e cala ogni ora. Sul ritmo i due non sono d'accordo, e non saranno gli ultimi: Shelley parlava di un flusso e riflusso ogni tre ore. Fino alla fine del Quattrocento la fonte si chiamava pluviana; il nome di pliniana compare per la prima volta nel 1494, nel racconto di Tristano Calco sulle nozze di Bianca Maria Sforza con Massimiliano d'Asburgo. Leonardo la descrisse nel Codice Leicester, dove dice di averla vista, e nel Codice Atlantico, e la prima spiegazione del meccanismo, un sifone che si scarica quando è colmo, si deve a Camillo Ghillini, intorno al 1500. Nel 1573 il conte Giovanni Anguissola, governatore di Como, comprò il terreno e in tre anni vi fece costruire la villa intorno alla fonte, su un progetto oggi attribuito a Giovanni Antonio Piotti da Vacallo. Nella loggia a tre arcate due lapidi riportano la lettera a Licinio Sura, da un lato il testo latino e dall'altro la traduzione italiana; dietro, oltre la corte, l'acqua esce da una nicchia di tufo, e sotto la villa un'apertura ad arco la lascia scendere nel lago.
Tragedia e Commedia
Le ville stanno in un'altra lettera, all'amico Voconio Romano, che si stava costruendo una casa sul mare (IX, 7). Sulla riva del Lario, scrive Plinio, ne ho parecchie, ma due mi danno tanto piacere quanto da fare. Una, posata sulle rocce come si usa a Baia, guarda il lago dall'alto; l'altra, allo stesso modo, lo tocca. La prima la chiama Tragedia, la seconda Commedia: quella perché sta come sui coturni, gli alti calzari degli attori tragici, questa come sui socchi, le pianelle basse dei comici. La Commedia abbraccia con una curva morbida una sola insenatura, la Tragedia sta su un dorso altissimo che ne separa due; alla Tragedia un viale diritto corre a lungo sopra la riva, nella Commedia un'ampia terrazza piega dolcemente; la Tragedia non sente le onde, la Commedia le rompe. A ciascuna, conclude Plinio, aggiungo quello che le manca, in grazia di quello che ha già. Dove fossero, non lo dice.
Dall'una puoi guardare dall'alto chi pesca; dall'altra pescare tu stesso, e gettare l'amo dalla camera, quasi dal letto, come da una barchetta.
Plinio il Giovane, Lettere, IX, 7, a Voconio Romano
Da allora le si cerca. La tradizione più diffusa mette la Tragedia a Bellagio, sul promontorio dove oggi sorge Villa Serbelloni, ma è un'ipotesi: lassù non è mai stato trovato alcun resto architettonico. Per la Commedia i candidati sono di più. Nel Cinquecento Paolo Giovio la metteva a Lenno, di fronte alla Tragedia, con le rovine ormai sott'acqua, e dopo di lui il geografo fiammingo Abramo Ortelio; altri la collocano sull'istmo del dosso di Lavedo, dove oggi è il Balbianello. Lierna rivendica un pavimento romano a mosaico trovato in paese e alcuni tronchi di colonna finiti al Museo civico di Lecco, e il geografo Élisée Reclus vi collocava una villa di Plinio, senza dire quale. Corenno, sulla stessa sponda, nel 1864 aggiunse al proprio nome quello di Plinio, perché si riteneva che vi avesse avuto una villa. Nessuna di queste identificazioni è provata: sono tradizioni, alcune vecchie di cinque secoli.
Lo zio e il nipote
Plinio il Vecchio nacque nel 23. Per secoli la sua patria fu contesa fra Como e Verona: alcuni manoscritti lo dicono veronese, e nella prefazione della Naturalis historia chiama suo conterraneo Catullo, che era di Verona; ma san Girolamo, nella Cronaca, lo chiama novocomense, e oggi è considerato comasco. Il nipote, figlio di sua sorella Plinia, nacque a Novum Comum nel 61 o nel 62; morto il padre, crebbe sotto la tutela dello zio, che per testamento lo adottò e gli diede il proprio nome. Nel 79 lo zio comandava la flotta di Miseno quando il Vesuvio entrò in eruzione: partì verso la costa e morì a Stabia. Il nipote, che aveva diciassette anni ed era a Miseno, lo raccontò molti anni dopo in due lettere allo storico Tacito (VI, 16 e VI, 20).

Il Giovane fece carriera a Roma e morì, probabilmente in Bitinia, mentre la governava, ma nelle lettere Como torna spesso. All'amico Caninio Rufo chiede notizie della città, «delizia tua e mia», e della villa dell'amico alle porte di Como: il portico sempre primaverile, il bosco di platani ombrosissimo, il canale verde e lucente, il lago che sta sotto e serve (I, 3). Allo stesso Caninio domanda se studia, pesca o va a caccia, o tutte e tre le cose insieme, perché sul nostro Lario si può: il lago dà i pesci, i boschi intorno la selvaggina, il ritiro lo studio (II, 8). Per i concittadini fondò una biblioteca, di cui ricorda il discorso d'inaugurazione (I, 8), e quando seppe che i ragazzi di Como andavano a studiare a Milano perché in città non c'erano maestri, offrì di pagare di tasca sua una parte della spesa, purché fossero i genitori a scegliere gli insegnanti (IV, 13). La sua carriera è elencata nell'epigrafe delle terme che lasciò a Como per testamento. Nella sezione romana del Museo archeologico Paolo Giovio alcuni elementi architettonici testimoniano la raffinatezza della città nei primi secoli dopo Cristo, soprattutto all'epoca di Plinio il Giovane.
Due pagani sulla facciata
Como li ha messi dove meno ce li si aspetterebbe: ai lati del portale maggiore della cattedrale. Le due edicole, dette podii, sono opera dei fratelli Giacomo e Tommaso Rodari, che le completarono entro il 1498, e richiamano l'eredità classica della città. A sinistra siede lo zio, a destra il nipote; sotto le statue, i rilievi mostrano il Vecchio nel suo studio e mentre osserva l'eruzione del Vesuvio, il Giovane nel suo studio e mentre pronuncia il panegirico davanti a Traiano. Nel 1578, in piena Controriforma, le statue sopravvissero a un tentativo di rimuoverle promosso dal visitatore apostolico Giovanni Francesco Bonomi.

Gli eventi storici collegati al racconto sono raccolti nella Cronologia del lago.





