Sul lago i monasteri si riconoscono ancora, anche dove sono diventati altro: una casa di riposo a Civate, una villa a Varenna, una facoltà universitaria a Como.
A Piona, dal 1938, vivono di nuovo dei monaci.
La pietra più antica è a Piona. È un cippo in cui Agrippino, vescovo di Como fra il 607 e il 617, ricorda di aver eretto dalle fondamenta un oratorio dedicato a santa Giustina martire, di avervi preparato il proprio sepolcro e di averne celebrato la dedicazione. L'oratorio, con le sue sepolture, fa pensare che già allora sulla penisola di Olgiasca vivesse una piccola comunità, probabilmente di eremiti. Poco lontano dalla chiesa si vede ancora una piccola abside, resto di una chiesa di Santa Maria contemporanea della chiesa romanica. Da allora, per più di mille anni, il lago ebbe i suoi monasteri: benedettini sulla montagna sopra Civate, in Val Perlana e a Como, dove nel 1010 il vescovo Alberico affidò Sant'Abbondio a una comunità di monaci; cluniacensi a Piona, cistercensi all'Acquafredda, sopra Lenno, e monache cistercensi a Varenna.
La montagna di Civate
Sotto il monastero di San Pietro al Monte, sopra Civate, passava una strada romana, e il nome del paese viene da Clavis, il passaggio obbligato sul fiumicello che esce dal lago di Annone, dove c'era un posto di guardia. Il primo piccolo monastero, dedicato ai santi Pietro e Paolo, sorse nella seconda metà dell'VIII secolo, alla fine del regno longobardo; la leggenda lo fa costruire dal re Desiderio, per un voto del figlio Adalgiso, accecato durante una caccia al cinghiale e poi guarito. Fra il X e l'XI secolo diventò l'edificio romanico che si vede ancora, e nell'XI secolo si aprirono l'ingresso, lo scalone e il pronao semicircolare e si costruì l'oratorio di San Benedetto. Poi, forse dopo che il Barbarossa, di cui l'abate era vassallo fedele, fu sconfitto a Legnano, i Comuni guidati dall'arcivescovo di Milano distrussero tutte le abitazioni del monastero, e rimase soltanto la chiesa. Ma i monaci avevano già da tempo un monastero a valle, nel paese.
È San Calocero, nel centro di Civate. Le sue origini risalgono al IX secolo, quando il vescovo di Milano Angilberto II vi fece portare da Albenga le reliquie del martire Calocero. Nella navata, sopra la volta barocca, un ciclo di affreschi dell'XI e del XII secolo si chiude con Sansone che porta sul monte le porte di Gaza: una scena che si può leggere come un annuncio per i pellegrini diretti a San Pietro, dove all'ingresso li aspettava la Gerusalemme celeste dipinta. Nel 1556, quando ai benedettini erano subentrati gli olivetani, si costruì il chiostro a portici e logge. Soppresso nel 1798, il monastero fu venduto a privati: i Nava ne fecero una filanda, finché nel 1931 don Edoardo Gilardi lo riscattò per farne una casa di riposo per ciechi. Oggi è una casa di riposo per anziani.

Dalla Val Perlana all'Acquafredda
Sull'altra sponda la prima data è il 30 aprile 1083. Quel giorno il vescovo di Como Rainaldo salì in Val Perlana per risolvere una lite fra gli uomini di Isola e quelli di Lenno, che si contendevano la chiesa di San Benedetto, e ottenne dalle parti una donazione di terre e di diritti di pascolo sui monti di Ossuccio e di Lenno; a riceverla furono tre conversi. Nel 1090 compare per la prima volta un monasterium, e nel 1161 papa Alessandro III mise sotto la sua protezione l'abbazia e i suoi beni, sparsi fino in Valtellina. Ma l'abbazia era isolata: nel 1427 il capitolo si riuniva di solito giù a Isola, nella collegiata di Sant'Eufemia, ed era composto dall'abate e da due monaci. Nel 1430 papa Martino V unì il monastero all'abbazia cistercense dell'Acquafredda.
L'Acquafredda è documentata dal 1142, quando Azzo detto Pellegrino da Isola donò ai cistercensi di Morimondo dei terreni sopra Lenno per un monastero dove custodire le reliquie dei santi Agrippino e Domenica, portate dall'Isola Comacina; il nome viene da una sorgente vicina. La chiesa di Santa Maria dell'Uliveto, cominciata nel 1153, fu consacrata nel 1193. Il monastero aveva probabilmente la pianta tipica dei cistercensi, con le sale intorno a un chiostro, e uno scriptorium dove si copiavano manoscritti; vi si riunivano anche le assemblee del comune. Poi venne il declino. Nel 1460 l'abbazia, mal amministrata, fu data in commenda a Francesco Piccolomini, nipote di papa Pio II; più tardi, abbandonata, divenne un covo di banditi, e nel 1527 il governatore di Como Federico Bossi ordinò al conte Ascanio Pergamini di incendiarla e distruggerla. Dal 1540 la congregazione cistercense di San Bernardo la ricostruì; gli affreschi del Fiammenghino nelle cappelle sono del 1621, gli stucchi della navata del 1680. Nel 1934 il complesso fu comprato dai frati cappuccini, e più tardi fu affidato a una comunità femminile di spiritualità francescana.
Le monache di Varenna
Dall'Acquafredda nacque, alla fine del XII secolo, un monastero femminile cistercense dedicato alla Vergine, poco fuori Varenna. Rimase aperto fino al 1567, quando l'arcivescovo di Milano Carlo Borromeo lo soppresse perché le monache erano ormai troppo poche. Nel 1569 lo comprò Paolo Mornico, che ne fece una casa e lasciò la chiesetta ai fedeli, e fra il 1609 e il 1645 il figlio Lelio lo trasformò in una dimora signorile, che da lui prese il nome di villa Leliana. Seguì una lunga serie di proprietari, fino all'industriale tedesco Walter Kees, che fra il 1897 e il 1909 diede alla villa e al giardino l'aspetto di oggi. Del convento rimane la cappella, diventata una sala di studio e di convegni; il nome, Villa Monastero, è rimasto.
Piona, da Cluny a Casamari
Verso la fine dell'XI secolo la comunità di Piona entrò nella riforma di Cluny, la grande abbazia della Borgogna, e prese posto fra le più di cinquanta case della sua provincia di Lombardia. La chiesa fu consacrata nel 1138 dal vescovo di Como Ardizzone e dedicata alla Vergine; sedici anni dopo un documento la chiama chiesa di San Nicola, il protettore dei naviganti, un culto diffuso in zona. Fra il 1252 e il 1257 si costruì il chiostro, con capitelli a figure fantastiche, geometriche, umane e vegetali, romanici ma già con caratteri di passaggio al gotico. Nel 1277 vivevano a Piona otto monaci, con viveri sufficienti e i conti in pareggio; ancora nel 1397 il capitolo generale di Cluny ricordava che lì dovevano stare otto monaci con il priore, celebrare ogni giorno la messa cantata e fare l'elemosina a chi la chiedeva. Ma nel Quattrocento il priorato si svuotò: alla morte del priore Imblavado de' Caimi, rimasto l'unico monaco, il 20 febbraio 1432 il duca di Milano Filippo Maria Visconti affidò i beni a un suo amministratore. Almeno dal 1488, con Daniele Birago, cominciò la commenda: diciannove abati commendatari in più di tre secoli, che riscuotevano le rendite senza occuparsi né dei monaci né degli edifici.
Il monastero e le case di esso sono tutte rovinate, guasti i tetti.
Atti della visita del vescovo di Como Feliciano Ninguarda a Piona, 7 novembre 1593
La Repubblica Cisalpina soppresse la commenda nel 1798, e nel 1801 i beni del priorato furono venduti. Passarono di famiglia in famiglia, e la chiesa fu restaurata all'inizio del Novecento per iniziativa dell'ingegnere Antonio Giussani, della Società storica comense. Nel 1935 la tenuta fu comprata dall'imprenditore Pietro Rocca. Pochi mesi dopo, durante la guerra d'Etiopia, suo fratello Cesare e la moglie di lui, Lidia Maffioli, furono uccisi a Mai-Lalà, oltre il vecchio confine eritreo, quando reparti etiopici assalirono il cantiere stradale dove lavoravano. La famiglia volle ricordarli con un'opera religiosa, e il professore Luigi Pirelli, di Varenna, propose di affidare Piona ai cistercensi di Casamari, che da qualche anno, per incarico della Santa Sede, si preparavano a portare il monachesimo in Etiopia. Fu pensato come un gesto di perdono e di riconciliazione. Il 25 settembre 1937 Rocca donò la tenuta alla congregazione, e il 13 febbraio 1938, due anni esatti dopo l'assalto, un gruppo di monaci bianchi arrivò da Casamari e prese possesso del priorato. Da allora i cistercensi vivono a Piona.

Gli eventi storici collegati al racconto sono raccolti nella Cronologia del lago.





