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Il lago degli scrittori

Redazione LagodiComo.it7 minuti di lettura

Wordsworth ci passò a piedi nel 1790, Shelley cercò casa alla Pliniana nel 1818, Stendhal vi fece crescere Fabrizio del Dongo, Flaubert baciò una statua, Mary Shelley tornò a Cadenabbia ventidue anni dopo e Mark Twain gli preferì il lago Tahoe.

Villa Carlotta vista dal battello, in una giornata di fine inverno: la villa bianca a tre piani con le persiane verdi e l'orologio sul frontone, il balcone al centro, sotto i giardini a terrazze con le siepi potate e lo scalone doppio; lungo la riva una balaustra di pietra con statue bianche sui pilastri, un cancello di ferro, auto parcheggiate sulla strada e una scalinata di pietra che scende fino all'acqua, accanto a un muro con archi sul pelo dell'acqua; dietro, pendii di roccia con alberi ancora spogli, a destra alcune bandiere, davanti l'acqua scura e calma con i riflessi.MarcoTosato · CC BY-SA 4.0

Il lago di Como ha avuto molti ospiti illustri, e alcuni ne scrissero: Wordsworth nel Preludio, Percy Bysshe Shelley in una lettera da Milano del 20 aprile 1818, Stendhal nella Certosa di Parma, Flaubert nelle note di viaggio del 1845, Mary Shelley nelle lettere da Cadenabbia del 1840, Longfellow in una poesia e Mark Twain negli Innocenti all'estero.

Nel 1790 William Wordsworth attraversò l'Europa a piedi, girando a lungo per le Alpi fra la Francia, la Svizzera e l'Italia. Lo raccontò molti anni dopo nel sesto libro del Preludio, il poema sulla propria formazione che fu pubblicato nel 1850. Dopo il lago di Locarno viene quello di Como, che chiama un tesoro che la terra tiene per sé, chiuso «come in un fondo di abissina segretezza»: i boschi di castagni, gli orti di granturco curati da ragazze dagli occhi scuri, i pendii ripidi e i sentieri coperti di viti che vanno di casa in casa e di paese in paese, unico legame che li unisca l'uno all'altro. Più avanti ricorda due giornate d'oro e la notte d'estate che le seguì, che sul lago di Como, e su tutto ciò che gli stava intorno, sparsero la loro influenza più bella, più dolce e più felice.

Una lettera da Milano

Nella primavera del 1818 Percy Bysshe Shelley e Mary erano in Italia da poche settimane. Il 20 aprile, da Milano, lui scrisse all'amico Thomas Love Peacock di essere stato a Como a cercare casa: il lago, scrive, supera in bellezza qualunque cosa avesse mai visto, tranne le isole dei corbezzoli di Killarney, ed «è lungo e stretto, e ha l'aspetto di un fiume possente che si snoda fra i monti e le foreste». In barca andarono da Como fino alla Tremezzina, e la lettera elenca quello che vide: i castagneti che a volte scendono fino all'acqua, gli allori, i mirti, i fichi selvatici e gli olivi cresciuti nelle fessure della roccia, i campanili bianchi in mezzo ai boschi e, sulla sponda esposta a mezzogiorno, olivi, aranci e limoni così carichi che c'erano più frutti che foglie. Ma il paesaggio più bello, per lui, era quello di Villa Pliniana, con la fonte che cresce e cala ogni tre ore descritta da Plinio il Giovane, un palazzo un tempo magnifico e ora mezzo in rovina, che stavano cercando di ottenere. Rimasero a Como due giorni; la trattativa sfumò.

Il romanzo di Grianta

Stendhal il lago lo conosceva: fu ospite della Pliniana, e navigando sul Lario scrisse che a quell'altezza il lago diventa cupo e selvaggio e i monti scendono quasi a picco nell'acqua. Ma il lago che ha lasciato è quello della Certosa di Parma, il romanzo del 1839: Fabrizio del Dongo cresce nel castello di famiglia a Grianta, sulla sponda occidentale, davanti a Bellagio. Nel secondo capitolo la zia, la contessa Gina, torna a vedere con lui i luoghi «così celebrati dai viaggiatori»: Villa Melzi dall'altra parte del lago, il bosco sacro degli Sfondrata e l'ardito promontorio che divide i due rami, quello di Como, «così voluttuoso», e quello che corre verso Lecco, «pieno di severità». Il lago di Como, pensa la contessa, non è circondato come quello di Ginevra da campi ben chiusi e coltivati con i metodi migliori, che fanno pensare al denaro e alla speculazione, ma da colline coperte di alberi piantati dal caso; i paesi a mezza costa sono nascosti dagli alberi, sopra le cime spuntano i campanili, e sull'acqua arriva il suono lontano di una campana.

Tutto è nobile e tenero, tutto parla d'amore, niente ricorda le brutture della civiltà.

Stendhal, La Certosa di Parma (1839), capitolo II

Un bacio a Villa Sommariva

Nella primavera del 1845 Gustave Flaubert viaggiava con la famiglia, e nelle note di quel viaggio, pubblicate nel 1910, il lago occupa poche righe fitte. Il porto di Como gli piace perché non è un porto, con le barchette che hanno archi di legno per reggere la tenda; l'insieme del lago è «dolce, amoroso, italiano». A Villa Sommariva, la villa che oggi si chiama Carlotta, annota la scala di pietra che scende fino all'acqua per salire in gondola, i grandi alberi, le rose che crescono su una fontana. Poi l'Amore e Psiche, che crede di Canova: non guardò nient'altro della galleria, ci tornò più volte e all'ultima, confessa, baciò sotto l'ascella la donna svenuta che tende verso Amore le sue due lunghe braccia di marmo. Il gruppo è oggi attribuito ad Adamo Tadolini, allievo di Canova, che dal maestro aveva avuto il modello in gesso con il permesso di riprodurlo. Dall'altra parte del lago, salito a Villa Serbelloni, Flaubert annotò la vista dei tre laghi e una riga sola: si vorrebbe vivere qui, e morirci.

Il gruppo di marmo bianco di Amore e Psiche visto da vicino, in una sala in penombra: Amore, con un'ala sollevata in alto e l'altra più bassa, si china su Psiche e le sostiene la testa e il petto con le mani; lei, distesa all'indietro, alza le braccia e gli cinge il capo dai riccioli fitti; la luce dall'alto fa risaltare le braccia e le spalle; dietro, alte finestre con le imposte, una vetrata a disegni e un busto su un piedistallo.
L'Amore e Psiche di Villa Carlotta, oggi attribuito ad Adamo Tadolini, allievo di Canova. Flaubert lo credette di Canova, e nel 1845 lo baciò.Maurizio Moro5153 · CC BY-SA 4.0

Ventidue anni dopo

Mary Shelley tornò sul lago nel luglio del 1840, vedova, con il figlio Percy Florence e alcuni suoi compagni di università che dovevano studiare per gli esami; restarono due mesi, e le lettere del viaggio uscirono nel 1844 in Rambles in Germany and Italy. Scesi dallo Spluga, presero il battello a Colico. Avevano pensato di stare a Bellagio, ma il battello non vi si fermava e li sbarcò a Cadenabbia, dove decisero di restare proprio perché il battello passava ogni giorno: il suo arrivo, a mezzogiorno, era l'avvenimento della giornata. La sera si usciva in barca e si sentivano da lontano le campanelle che i pescatori mettono per segnare il punto dove hanno calato le reti; passavano cantando le ragazze della filanda vicina. Dal parco di Villa Serbelloni sentì rumoreggiare sull'altra sponda una fonte misteriosa che dal colore chiamano fiume latte, piena e rumorosa d'estate, vuota e silenziosa d'inverno; una sera, in barca, ascoltò per la prima volta il Cinque maggio di Manzoni. E in una lettera del 15 agosto racconta di essere andata una volta in battello a Como, rifacendo il viaggio fatto anni prima in una barchetta fino a Tremezzo: avrebbe voluto con tutto il cuore sbarcare alla Pliniana, rimasta nel suo ricordo come un luogo di bellezza magica.

Le campanelle sulle reti

Le stesse campanelle tornano in una poesia di Henry Wadsworth Longfellow, che fra il 1868 e il 1869 fece un viaggio in Europa, accolto ovunque con grandi onori. La poesia si intitola Cadenabbia, ha per sottotitolo Lago di Como e sta nella quarta serie dei suoi Birds of Passage: il poeta passeggia sotto un colonnato di platani, si siede sui gradini di marmo accanto al cancello del giardino di Sommariva e sente l'acqua lambirli; lontano, le campanelle galleggianti tintinnano sulle reti dei pescatori. Vede le chiatte cariche andare e venire, le ville sparse sui pendii, Bellagio che splende al sole e, di fronte, Varenna con la sua bianca cascata. E si chiede se esista da qualche parte una terra di bellezza così suprema e perfetta.

Xilografia in bianco e nero: un viale alberato corre lungo la riva, con a destra edifici a più piani con balconi e ringhiere e alcune persone a passeggio; a sinistra, oltre il parapetto, un battello affollato di passeggeri è accostato alla riva.
Il lungolago di Cadenabbia in una xilografia del 1888, con un battello accostato alla riva. Qui Mary Shelley restò due mesi nel 1840, e Longfellow intitolò Cadenabbia la sua poesia.Le cento città d'Italia (Sonzogno) · Public domain

Meglio il lago Tahoe

Mark Twain arrivò nel 1867, durante la crociera nel Mediterraneo sul Quaker City che raccontò due anni dopo in The Innocents Abroad: in treno da Milano, pranzo a Como e un piccolo battello fino a Bellagio, dove appena sbarcati la polizia chiuse lui e tutti gli altri passeggeri per cinque minuti in una cella di pietra senza finestre, a suffumicarli contro il colera. «Ieri non mi è piaciuto», scrive il giorno dopo, «pensavo che il lago Tahoe fosse molto più bello.» Ammette di essersi sbagliato un poco, non troppo: il lago non è un grande bacino ma è tortuoso come un ruscello, fra catene di monti che salgono a picco dall'acqua, con le case bianche appollaiate sulle guglie e le ville che hanno scaloni di pietra fino all'acqua. Dalla sua finestra descrive la sponda di fronte e la chiama la scena più voluttuosa vista fino a quel momento; ma ripensando al lago della Sierra Nevada, dove sostiene di aver contato le scaglie di una trota a centottanta piedi di profondità, conclude che al suo cospetto Como sembrerebbe soltanto un piccolo cortigiano agghindato.

Gli eventi storici collegati al racconto sono raccolti nella Cronologia del lago.

I luoghi del racconto