Vai al contenuto

Il lago dei contrabbandieri

Redazione LagodiComo.it7 minuti di lettura

I sentieri fra le valli del Lario e la Svizzera furono percorsi da contrabbandieri che trasportavano tabacco, sale e caffè. I musei di Cavargna ed Erbonne conservano oggetti di questa attività e della sorveglianza del confine; alcune caserme sono state trasformate in rifugi.

La chiesa di San Lucio sul passo, controluce con il sole basso: muri di pietra e d'intonaco scrostato, un portico e due nicchie ad arco, il tetto di lastre di pietra e il campanile con la cella aperta, con il sole che spunta accanto; intorno l'erba del pascolo e, lontano, le montagne nella foschia dorata.Zioteolaval · CC BY-SA 4.0

Per secoli, dalle valli sopra il lago, il confine con la Svizzera si passava a piedi, con la merce sulle spalle.

Per molte famiglie il contrabbando era una fonte di reddito, per i finanzieri un servizio di guardia giorno e notte; durante la guerra, sugli stessi sentieri passarono anche i profughi.

Sul passo di San Lucio, a 1542 metri, fra la Val Cavargna e la svizzera Val Colla, sorge una chiesa del Quattrocento, punto di riferimento per la gente di entrambi i versanti; accanto, il rifugio è un'ex caserma della Guardia di Finanza, in servizio dal 1903. Da lì i finanzieri sorvegliavano un confine chiuso da una lunga rete metallica, la ramina, per sorprendere chi lo passava di nascosto con sigarette, sale o caffè senza pagare il dazio. La merce viaggiava nella bricolla, il sacco che gli spalloni della valle portavano in spalla per sentieri stretti e ripidi che conoscevano a memoria, aiutandosi con un lungo bastone, gli scarponi avvolti in stracci di juta per non fare rumore. In Val Cavargna, per la posizione e per la vita di privazioni dei valligiani, il contrabbando era al centro della vita del posto. Il distaccamento di San Lucio fu soppresso negli anni Sessanta, la casermetta andò in rovina, e nel 1999 cominciarono i lavori per farne un rifugio.

Perché si passava

Il contrabbando era una forma di commercio fra paesi: chi eludeva la dogana sfruttava la differenza di prezzo fra due economie, a vantaggio di chi vendeva e di chi comprava. Serviva prima di tutto a soddisfare i bisogni della popolazione locale. Fino a metà Novecento si contrabbandavano soprattutto merci d'uso comune, olio, sale, zucchero, oltre a tabacco e alcolici; verso l'Italia, prima della seconda guerra mondiale, tabacco e caffè, spesso con il consenso delle autorità locali; nel 1943 e nel 1944, nella direzione opposta, entravano in Svizzera prosciutti, riso, biciclette e scarpe. Per molte famiglie dei due lati era una fonte di reddito irrinunciabile, e in Ticino e nei Grigioni, in parte fino a cavallo del Duemila, avveniva con il consenso dei comandi delle guardie di confine. Le violazioni delle norme doganali possono dar luogo a procedimenti penali anche in Svizzera. La bricolla era un sacco di juta, irrigidito con il cartone e munito di due bretelle, che conteneva fino a trentacinque o quaranta chili di merce. Fino al 1980 circa vi si portavano soprattutto sigarette, perché in Italia il tabacco era un monopolio di Stato e in Svizzera no.

La rete, i cani, le caserme

Per fermarlo, dagli anni Ottanta dell'Ottocento la Guardia di Finanza italiana costruì lungo il confine una grande rete, la ramina, come la chiamano in Ticino, con un allarme fatto di campanelli fissati su molle. Alla fine dell'Ottocento comparvero i cani contrabbandieri, addestrati a percorrere un tragitto con un piccolo basto da cinque a dieci chili: i finanzieri avevano l'ordine di sparare ai cani, e ne abbatterono a centinaia. Dagli anni Trenta molti cani lavoravano dall'altra parte, accanto alle guardie di confine. Sul versante italiano i passi si riempirono di caserme. Oltre a quella di San Lucio c'erano la caserma della Garzirola, dei primi del Novecento, e un'altra al passo della Cava, fra la Val Cavargna e la Val Rezzo, di cui restano i ruderi. Il Prabello, sotto il Sasso Gordona, nato come albergo di lusso alla fine dell'Ottocento, diventò un punto di controllo della frontiera e del contrabbando, poi una caserma della Guardia di Finanza, chiusa alla fine degli anni Settanta; sulla strada del passo di San Jorio il rifugio Il Giovo fu una caserma dal 1870 al 1976. Quasi tutte sono diventate rifugi.

Il rifugio di San Lucio, una casa squadrata di pietra a due piani con le persiane scure e il tetto di lamiera, in cima a un prato verde; davanti, vacche al pascolo, una che guarda verso l'obiettivo, e a sinistra un palo con i cartelli gialli e rossi dei sentieri.
Il rifugio San Lucio, la caserma della Guardia di Finanza del 1903, con i cartelli dei sentieri ticinesi in primo piano: il confine passa qui.qwesy qwesy · CC BY 3.0

Erbonne, il museo dietro il vetro

In Valle Intelvi il confine passa accanto a Erbonne, un piccolo borgo che dal 2005 un ponte pedonale unisce a Scudellate, in Svizzera. Qui il 23 giugno 2002 l'Associazione nazionale finanzieri d'Italia ha inaugurato il Piccolo museo della Guardia di Finanza e del contrabbando, nella casermetta dove dal 1947 i finanzieri facevano servizio anticontrabbando ventiquattro ore su ventiquattro, chiusa nel novembre del 1977 e rimasta abbandonata fino al 2001. Gli oggetti li hanno raccolti insieme i finanzieri che vi avevano prestato servizio, privati cittadini, le guardie di confine svizzere e i contrabbandieri di allora. Il museo si chiama Burlanda e Sfrusaduu, i nomi che nel dialetto della valle hanno il finanziere e il contrabbandiere; misura quattro metri per quattro e si guarda da fuori, attraverso una vetrata davanti alla porta e le finestrelle sui lati. Sta all'inizio del sentiero che in venti minuti porta a Scudellate, nella valle di Muggio; e il Percorso delle trincee, dal Generoso, riscende a Valmara sulle orme dei contrabbandieri.

Due divise nello stesso museo

A Cavargna, il comune più alto della provincia di Como, il Museo della Valle, aperto nel 1982, dedica una sezione al contrabbando, accanto al lavoro dei magnani, i calderai, alle miniere e alla devozione per San Lucio; fra le figure rappresentate ci sono il magnano, il fabbro, l'alpigiano, il boscaiolo, il falegname e il contrabbandiere. Fra le centinaia di oggetti della raccolta ci sono le due divise: quella del contrabbandiere, di lana, della prima metà del Novecento, e quella grigioverde del finanziere, con il berretto, la giacca a vento, la cravatta, le calze di lana e gli scarponi da montagna con la suola Vibram. Ci sono anche scarpe di stoffa ricavate da vecchi pantaloni o vecchie giacche, con la suola di feltro.

Sul lago e oltre il confine

Il contrabbando andava anche per acqua. Fra le oltre quattrocento barche del Museo Barca Lariana di Pianello ci sono imbarcazioni da pesca, da caccia e da contrabbando. Sul lago di Lugano, a Cantine di Gandria, il posto delle guardie di confine svizzere costruito nel 1904 e rimasto in servizio fino al 1993 è diventato il Museo delle dogane. Nel 1935 l'ufficiale ticinese Angelo Gianola invitò i colleghi a raccogliere oggetti della vita delle guardie; il museo aprì nel 1949, e per decenni le merci sequestrate, i nascondigli e i mezzi di trasporto più ingegnosi ne furono l'attrazione principale, tanto che la gente lo chiama ancora il museo dei contrabbandieri. Uno di quei mezzi, sequestrato nel 1948, era un sommergibile artigianale di legno rivestito di metallo, lungo tre metri, che portava quattrocentocinquanta chili e andava a pedali.

Un edificio giallo con la parte bassa bianca, sulla riva di un lago verde, ai piedi di un pendio coperto di bosco; accanto, un piccolo pontile e una fila di pannelli bianchi lungo la riva.
Il posto delle guardie di confine svizzere a Cantine di Gandria, sul lago di Lugano, costruito nel 1904. È diventato il Museo delle dogane, che la gente chiama ancora il museo dei contrabbandieri.Chris j wood · CC BY-SA 3.0

Durante la Seconda guerra mondiale il contrabbando coinvolse uomini, donne e ragazzi dei villaggi italiani di confine. Per queste persone il trasporto clandestino di merci verso la Svizzera fu una fonte di reddito in condizioni di difficoltà economica. Per gli stessi sentieri passavano i profughi. In Ticino e in Mesolcina furono accolti circa ventiseimila militari e dodicimila civili, fra cui circa quattromilacinquecento ebrei; ma molti furono respinti, e alcuni ebrei respinti furono poi deportati ad Auschwitz. Dopo l'armistizio del 1943 molti soldati sbandati attraversarono il passo di San Jorio per cercare rifugio in Svizzera, e dopo di loro i contrabbandieri.

Come finì

Il contrabbando tradizionale degli spalloni diminuì anche per ragioni economiche: il franco svizzero si rafforzò sulla lira, e portare i sacchi oltre il confine smise di ripagare la fatica e il rischio. La caserma di San Lucio chiuse negli anni Sessanta, quando le condizioni economiche migliorarono; la casermetta di Erbonne nel 1977, quando l'attività era ormai scomparsa. Nella zona di Moltrasio, dopo la guerra, decine di uomini delle valli vicine alla Svizzera portavano i sacchi per arrotondare stipendi magri e dare un futuro ai figli; smisero quando il traffico passò in mano a uomini armati. Il contrabbando su scala internazionale riguarda droga, sigarette, armi, denaro e opere d'arte. Nelle zone di confine resta la memoria della bricolla.

Gli eventi storici collegati al racconto sono raccolti nella Cronologia del lago.