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La Linea Cadorna sul Lario

Redazione LagodiComo.it7 minuti di lettura

Forti, gallerie, trincee e strade militari sui monti sopra il lago proteggevano gli accessi alla pianura da un'eventuale invasione attraverso la Svizzera. Durante la Prima guerra mondiale quel fronte non fu attaccato. A Colico il Forte Montecchio Nord conserva i cannoni sotto le cupole d'acciaio.

L'ingresso di una galleria della Linea Cadorna sul Legnoncino: centine d'acciaio rossicce a volta dentro la roccia, una rete sul pendio e, in cima, dietro una staccionata di legno, larici dorati d'autunno e una piccola costruzione dal tetto scuro sotto il cielo azzurro.Emibuzz · CC BY-SA 4.0

La Linea Cadorna comprende fortificazioni, trincee e strade del sistema difensivo italiano verso la Svizzera.

Sul Lario le opere si trovano fra il Monte Bisbino, sopra Cernobbio, la Valle Intelvi, il Galbiga, la Crocetta sopra Menaggio e il Forte Montecchio Nord a Colico. Alcuni percorsi e complessi restaurati permettono di visitarle.

Il suo nome per esteso è «sistema difensivo italiano alla Frontiera Nord verso la Svizzera»; quello di Linea Cadorna, con cui è conosciuta, è improprio. Era un insieme di opere permanenti, progettato e costruito fra il 1899 e il 1918 per proteggere la pianura padana, con Torino, Milano e Brescia, da un attacco che la Francia, la Germania o l'Austria-Ungheria avrebbero potuto portare violando la neutralità svizzera, oppure, ipotesi ritenuta meno probabile, dalla Svizzera stessa. Il nome del capo di stato maggiore le rimase legato per ciò che accadde nel settembre del 1915. Il generale Carlo Porro gli segnalò la possibilità concreta di un'invasione tedesca della Svizzera, e Luigi Cadorna riprese un vecchio progetto del 1882 e ordinò una linea fortificata dalle valli dell'Ossola fino ai passi delle Orobie. Sul Lario la linea correva lungo i monti fra il lago e il confine, e in fondo al lago chiudeva la piana dove arrivano l'Adda e la Mera.

Il forte alla porta di Colico

Il cantiere cominciò in fondo al lago. Il 18 aprile 1911 lo stato maggiore affidò i lavori al Genio militare di Milano, che cominciò dallo sbarramento fra la Mera e l'Adda con il forte sul Montecchio Nord, una delle colline rocciose ai piedi del Legnone. Il luogo fu scelto perché lì convergono cinque delle grandi vie che dalle Alpi scendono verso Milano: le strade e le ferrovie che arrivano dallo Spluga, dal Maloja, dal Bernina, dallo Stelvio e dal Tonale. I lavori del forte si svolsero fra il 1912 e il 1914, con muri di calcestruzzo spessi fino a due metri e rivestiti di granito di San Fedelino. Il 6 dicembre 1914 il forte era armato. Nel luglio del 1915, a guerra cominciata, i cannoni furono smontati e portati in posti meno visibili, e solo nel marzo del 1918 Badoglio ordinò di rimetterli al loro posto.

Il forte è scavato nella roccia. Sul Montecchio l'acqua piovana non si ferma, e per questo sotto gli edifici ci sono cisterne alimentate da bacini di raccolta e da filtri. Nel dormitorio della truppa i quaranta chiodi nei muri corrispondevano ad altrettanti armadietti e brande; un refettorio non c'era, e si mangiava sulla branda o, col bel tempo, sulla piazza d'armi. Nei due locali dove si caricavano i proietti serrature e cardini sono di rame, per non fare scintille, e il muro verso l'esterno è spesso venti centimetri invece del metro abbondante del resto, perché un'esplosione sfogasse fuori. In cima stanno le quattro torri: cannoni Schneider da 149 millimetri del 1910, sotto cupole d'acciaio che giravano con il pezzo per tutto l'orizzonte, con una gittata fra i dodici e i tredici chilometri e mezzo e sei artiglieri per pezzo. I cannoni sono ancora al loro posto.

In seguito ad ordine del Ministero della Guerra, la Fortezza di Colico è dichiarata in istato di resistenza.

Circolare del comandante del forte, il tenente colonnello Bonalti, 6 giugno 1915

Le quattro cupole d'acciaio del forte viste dall'alto, in fila su un tetto di cemento diviso in riquadri: da ognuna sporge la canna di un cannone, e sopra corre una striscia di terra e d'erba secca chiusa da un muro.
Le quattro torri del Forte Montecchio Nord viste dall'alto. Nella Grande Guerra i loro cannoni da 149 non spararono mai.Maurizio Moro5153 · CC BY-SA 4.0

Dal Bisbino al Crocione

In provincia di Como la linea andava dal Monte Bisbino, sopra Cernobbio, lungo il Sasso Gordona, il Galbiga e il Crocione, fino alla Crocetta sopra Menaggio. Sul Bisbino la strada fra il cimitero di Rovenna e la vetta fu costruita durante la guerra proprio per la linea: vicino al cimitero c'è ancora il cippo che ne segnava l'inizio, e poco oltre la catena che chiudeva la zona militare. Sotto il santuario fu scavato in caverna un osservatorio d'artiglieria, con trincee e due postazioni intorno, per sorvegliare e battere la valle di Muggio, la conca di Mendrisio e le pendici del Generoso. Le opere, restaurate nel 2011, si visitano liberamente. Più a nord il Sentiero Italia del CAI gira intorno al Sasso Gordona su una ex strada militare. Dentro la montagna ci sono un ricovero in galleria, tre ricoveri minori murati, tre linee di trincea e cinque postazioni per mitragliatrici o cannoni leggeri.

In Valle Intelvi la montagna chiave era il Generoso, importante nei piani dell'Occupazione avanzata Frontiera Nord, il comando che dal 1917 aveva la linea in consegna. Il Percorso delle trincee parte dalla dogana di Valmara, sopra Lanzo, a 840 metri, e sale per dodici livelli di trincee: dal Sasso Bovè, con la sua trincea accanto al cippo di confine, alle Baracche e alla trincea numero otto, il posto di comando, la più grande. Soldati e operai le costruirono sfruttando il terreno. Sul Galbiga restano la strada militare e le fortificazioni del 1915-18, riusate nella guerra successiva come posti di avvistamento antiaereo. Dentro una trincea crollata, un centinaio di metri dietro il rifugio Venini, è stato costruito un osservatorio astronomico, di cui da fuori si vede solo la cupola. La strada da Lanzo alla Sighignola fu invece realizzata per iniziativa del Touring Club Italiano e inaugurata nel 1913. Nel 1916 la vedetta sul monte fu consegnata al Genio militare.

Sul centro lago

Sopra Menaggio la linea arrivava alla Crocetta, a circa cinquecento metri. Un sentiero ad anello sale fino al Sasso San Martino lungo camminamenti restaurati, fra postazioni blindate, ricoveri per la truppa, osservatori e gallerie. Accanto, il Gruppo Alpini di Menaggio ha costruito la chiesetta di San Maurizio per i caduti delle due guerre, e sotto c'è un bunker con il sacrario dei caduti del paese. Dall'altra parte del lago, sotto il castello di Vezio, c'era una postazione con obici da 75 millimetri, pensata per battere d'infilata la valle che da Porlezza scende a Menaggio nel caso di un tentativo tedesco di invasione attraverso la Svizzera. In fondo al lago, invece, lo sbarramento di Colico fu giudicato insufficiente: stava all'altezza dell'acqua, e un nemico avrebbe potuto colpirlo dai monti intorno. Per questo si costruirono le postazioni alte del Legnoncino, con le cannoniere ai Roccoli di Artesso e di Lorla.

Un camminamento stretto e profondo con le pareti di cemento coperte di muschio e il fondo pieno di foglie secche; corre dritto fino a un ingresso buio scavato nel terreno; sopra, alberi spogli e una recinzione.
Un camminamento restaurato della Linea Cadorna alla Crocetta, sopra Menaggio. Le difese della Crocetta furono costruite durante la prima guerra mondiale.Kaitu · CC BY-SA 4.0

Una linea senza battaglie

Per l'intera linea si stimano settantadue chilometri di trincee, ottantotto postazioni d'artiglieria, undici delle quali in caverna, venticinquemila metri quadrati di baraccamenti, duecentonovantasei chilometri di strade e trecentonovantotto di mulattiere, fra i seicento e oltre i duemila metri di quota; vi lavorarono quarantamila uomini. Durante la Prima guerra mondiale non vi fu l'invasione attraverso la Svizzera per cui erano state progettate. All'inizio del 1917 le opere erano quasi finite, ma a metà dell'anno i cannoni partirono per il Veneto e la linea passò a sei battaglioni della Regia Guardia di Finanza. Dopo Caporetto anche quelli furono mandati sul Piave, e fino alla fine della guerra la frontiera nord restò sguarnita. Il comando fu sciolto il 10 gennaio 1919. Nel 1938 Mussolini pensò di invadere la Svizzera e mandò sulla linea il battaglione Camicie nere di Como, settecento uomini; poi l'ordine fu ritirato.

Il forte di Colico sparò in guerra una sola volta, durante la Seconda guerra mondiale. Il 27 aprile 1945 i partigiani spararono cinque colpi, nessuno a segno, contro la colonna italo-tedesca che risaliva la sponda opposta dopo la cattura di Mussolini a Dongo. Il giorno dopo, all'albergo Isolabella di Colico, fu firmata la resa della colonna. Nel 1947 i cannoni spararono ancora venti colpi verso la conca del Legnone per i funerali del comandante partigiano Leopoldo Scalcini: fu l'ultima volta. Il forte diventò una polveriera e fu smilitarizzato nel 1981; nel 1998 il Ministero delle finanze lo affidò al Comune di Colico, e dal 2009 lo gestisce il Museo della Guerra Bianca. Nel 1939 era stato intitolato alla medaglia d'oro Aldo Lusardi, e per questo è chiamato anche Forte Lusardi.

Gli eventi storici collegati al racconto sono raccolti nella Cronologia del lago.

I luoghi del racconto

  • Pymouss · CC BY-SA 4.0
  • Uwelino · CC BY-SA 4.0

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Colico e la piana dell'alto lago, con le montagne della Valtellina sullo sfondo.

Pymouss · CC BY-SA 4.0