Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, nacque e morì a Milano, ma costruì la sua fortuna sul lago di Como.
Fra il 1523 e il 1532, dal castello di Musso, dominò l'alto Lario con una flottiglia armata, combatté due guerre contro i Grigioni, la seconda anche contro il duca di Milano, e ottenne da Carlo V il titolo di marchese. Del castello restano alcuni ruderi sul Sasso di Musso, accanto alla chiesetta di Sant'Eufemia.
Medeghino vuol dire piccolo Medici: il soprannome gli venne dalla bassa statura, e lui stesso lo usò in alcune firme. Nonostante il cognome, la famiglia non aveva legami con i signori di Firenze: era milanese, della parrocchia di San Martino in Nosiggia. Gian Giacomo nacque a Milano, molto probabilmente nel 1497 o nel 1498, primo di dieci figli; il padre era un appaltatore delle imposte ducali, la madre era figlia del notaio Gabriele Serbelloni. Nel 1515 i Francesi confiscarono i beni del padre e lo misero in prigione. Quando il padre morì in rovina, nel 1519, il figlio era già stato bandito: accusato, a quanto sembra, di omicidio, combatteva intorno al lago di Como con bande di partigiani sforzeschi. Nel luglio del 1522, con gli Sforza tornati a Milano, fu coinvolto nell'assassinio di Astorre Visconti. Secondo la tradizione l'ordine venne dal gran cancelliere Gerolamo Morone; di certo si sa soltanto che in ottobre era ricercato per quell'omicidio. Tornò sul lago.
Il castello sul Sasso
Ricomparve a Musso nel gennaio del 1523, poco dopo che le truppe imperiali avevano preso il castello, un luogo strategico per controllare la parte settentrionale del lago. Non si sa come sia riuscito a impadronirsene e a insediarvisi come castellano in nome del duca, e proprio questa incertezza ha favorito ricostruzioni più o meno romanzesche. Una di queste, nata già nel Cinquecento, parla di una lettera sigillata che ordinava di ucciderlo e che lui avrebbe sostituito con l'ordine di consegnargli la rocca. Di certo, nel luglio del 1524 il duca Francesco II Sforza riconosceva la sua autorità. La rocca era antica: l'avevano costruita nel Trecento i Malacrida per conto dei Visconti, e all'inizio del Cinquecento il maresciallo Gian Giacomo Trivulzio l'aveva ampliata e vi aveva aperto una zecca. Il Medeghino vi portò i fratelli e le sorelle e cominciò a trasformarla in una fortezza articolata e in una reggia. Rinforzò tre punti: la punta a strapiombo sul lago, il luogo dove oggi sorge la chiesa di Sant'Eufemia e la sommità del Sasso, dove scavò un fossato, la Tagliata, per difendere il castello alle spalle.
Una flottiglia sul lago
Per dominare il lago il Medeghino aveva bisogno di barche. Fece costruire una flottiglia con cui assaltava i commerci sul lago, taglieggiava e saccheggiava i paesi della riva; i contemporanei definivano piratesca la sua attività, e le spedizioni partivano dalla rocca, il suo porto sicuro. Alcune prede erano politiche. Il 13 settembre 1525 barche armate del Medeghino catturarono sul lago gli ambasciatori delle Tre Leghe che tornavano da Milano e li rinchiusero nel castello per chiederne il riscatto. L'estate seguente toccò a due ambasciatori di Venezia diretti alla corte di Francia, catturati per costringere la Serenissima a pagare i debiti per i soldati che lui le aveva arruolato. In guerra la flotta diventò un'artiglieria galleggiante: i Grigioni finirono sotto il fuoco dei cannoni montati sulle barche, e più tardi imbarcazioni armate con pezzi da quaranta e cinquanta libbre sconfissero più volte la flotta del duca.
Le guerre di Musso
Dal 1512 le Tre Leghe grigie occupavano l'alto Lario, la Valtellina e le contee di Chiavenna e di Bormio, e il castello di Musso si trovava proprio sul confine. La prima guerra di Musso durò dal 1524 al 1526. Con un colpo di mano il Medeghino prese Chiavenna, che non riuscì a tenere, ma si assicurò le Tre Pievi, Gravedona, Dongo e Sorico, e il duca lo ricompensò nominandolo castellano a vita. La sua diversione in Valtellina convinse i Grigioni a ritirare le loro truppe dall'esercito francese poco prima della battaglia di Pavia, e con la pace firmata ad Ala nel 1526 il castellano ottenne il controllo di tutto l'alto lago. Nel 1528, con gli accordi di Pioltello, passò al servizio di Carlo V: ebbe l'amnistia per sé e per i suoi uomini e l'investitura di marchese di Musso su molte terre intorno al lago, Como esclusa, con piena giurisdizione e la facoltà di battere moneta. Era di fatto un piccolo Stato sovrano a nord di Milano, anche se il Senato milanese rifiutò di registrare privilegi così ampi e alla fine del 1529 l'imperatore, accordatosi con il duca, negò la conferma. Il Medeghino tenne Musso dal 1528 al 1532.
L'ultima guerra
Nel marzo del 1531 il marchese occupò Morbegno con i suoi mercenari, cercando di presentare l'impresa come una crociata contro i protestanti. La risposta fu un'alleanza fra le Leghe grigie, i cantoni svizzeri e il duca di Milano, che prevedeva la restituzione al duca delle terre del lago e la distruzione delle fortificazioni di Musso. Gli alleati ripresero Morbegno e in luglio presero Monguzzo, in Brianza; gli assedi di Lecco e di Musso, invece, fallirono, anche perché il duca dovette armare delle barche per contrastare la flottiglia del marchese. Il Medeghino perse in battaglia il fratello Gabriele, ma con sortite notturne, e con uomini sempre meno numerosi, cacciò gli assedianti dai loro accampamenti: l'8 febbraio 1532, con cento uomini, catturò Alessandro Gonzaga, uno dei comandanti dell'assedio di Lecco. Altrove la guerra lasciò segni ancora visibili. Nel 1532 fu distrutto il castello rinascimentale di Nesso, sopra l'orrido; a Lecco, dopo le guerre del Medeghino, il ponte Azzone Visconti era così danneggiato che fu restaurato soltanto all'inizio del Seicento.
A Gabriele Medici, giovane d'ingegno e di coraggio straordinari, caduto con la gloria di un animo invitto in una battaglia navale, mentre vinceva, dopo la sconfitta inflitta ai Reti e a Francesco II Sforza.
Dall'iscrizione latina dedicata al fratello Gabriele sul monumento funebre del Medeghino, nel Duomo di Milano
Da Musso a Marignano
Nel febbraio del 1532 i fratelli Giovan Angelo e Giovan Battista trattarono la pace, l'uno a Milano e l'altro in Svizzera, e ai primi di marzo il Medeghino e Francesco II si accordarono. Lui cedeva Musso, Lecco e tutte le altre terre occupate, artiglierie comprese; in cambio riceveva denaro, una rendita annua e l'investitura di Marignano, l'odierna Melegnano, con il titolo di marchese. Il 22 marzo entrò a Vercelli con una guardia di venticinque alabardieri. Quello stesso anno il castello di Musso fu smantellato, e gli Svizzeri ottennero dal duca la promessa di non ricostruirlo più; Musso tornò ai Malacrida, i vecchi feudatari. Il Medeghino diventò uno dei generali degli Asburgo e combatté nelle Fiandre, in Ungheria, in Germania e infine nella guerra di Siena: il 2 agosto 1554 sconfisse a Marciano l'esercito di Piero Strozzi, con una ferocia che suscitò nei contemporanei orrore e insieme ammirazione. Morì a Milano l'8 novembre 1555. Il fratello Giovan Angelo, diventato papa con il nome di Pio IV, gli fece costruire dallo scultore Leone Leoni un mausoleo nel Duomo di Milano e destinò una somma a risarcire tutti coloro che il Medeghino, con le sue imprese da bandito, aveva danneggiato.

Che cosa resta sul Sasso
Del castello, sul Sasso di Musso, restano pochi ruderi, su un terreno privato e in cattivo stato. Oltre alle demolizioni, li hanno consumati le cave di marmo, scavate nella stessa roccia fin dall'epoca romana. Dentro l'antico recinto fortificato sorge la chiesetta seicentesca di Sant'Eufemia, costruita sopra una cappella altomedievale; ai suoi piedi, nell'Ottocento, l'ingegner Giovanni Manzi creò il Giardino del Merlo. Il Museo Civico Storico di Musso, dedicato alla storia del paese, conserva un blocco di marmo bianco delle cave locali su cui Antonio Semprebon incise il castello nel 1945. E lo stemma del Comune porta ancora tre castelli, per la rocca sul Sasso, e la corona del marchesato che Carlo V riconobbe il 25 maggio 1528.

Gli eventi storici collegati al racconto sono raccolti nella Cronologia del lago.





