Molte chiese del lago sono costruite con pietre cavate sulle sue rive, e ogni pietra porta il nome del paese da cui viene: il marmo bianco di Musso, il sasso grigio di Moltrasio, il marmo nero di Varenna e di Olcio.
Si estraevano lungo le sponde, viaggiavano sull'acqua a bordo del comballo, la barca da carico del Lario, e oggi le si ritrova nel Duomo di Como, nel Broletto e nelle chiese romaniche dei paesi.
Il più antico è il marmo di Musso. È bianco o grigio, a grana medio-grossa e molto compatto; una varietà più grigia, il bardiglio, somiglia molto al marmo di Carrara, e qua e là vi brillano piccoli cristalli verdi di fuchsite. Affiora in fasce dentro gli gneiss dell'alto lago, fra Musso e Dongo sulla sponda occidentale e fra Piona e Olgiasca su quella orientale. Le cave principali, oggi abbandonate, erano nella parte alta di Musso, sullo stesso sperone del castello del Medeghino, e insieme alle demolizioni ne hanno consumato i ruderi. I Romani lo usavano già: sono di marmo di Musso le sedici colonne di San Lorenzo a Milano, alte circa sette metri e mezzo, che vengono da edifici romani del II o del III secolo. Como lo adoperò nel Medioevo e nel Rinascimento per i suoi edifici civili più importanti, e nel Novecento Giovanni Muzio lo riprese a Milano per il Tempio della Vittoria (1927-1930) e per le case Bonaiti-Malugani (1935-1937).
La facciata del Duomo
A Como il marmo di Musso divenne la pietra del Duomo. Il cantiere era cominciato con un'altra: i primi piloni, quelli in fondo alle navate, sono gli unici in marmo nero di Olcio. Dal 1452 si passò al marmo di Musso, che diventò il materiale principale, insieme strutturale e decorativo; il 1452 è anche la data più antica incisa nella fabbrica, sul primo pilone a destra di chi entra dalla porta della Rana. La facciata, cominciata nel 1457 e completata nel 1486 con il rosone, è di marmo di Musso, come la vasca ottagonale del fonte battesimale, del Quattrocento, l'ancona dipinta dell'altare di Sant'Ambrogio, del 1482, la più antica della cattedrale, e l'ancona della Passione, scolpita da Tommaso Rodari nel 1492 e lasciata senza colore. La pietra nera torna più tardi come marmo di Varenna: nelle colonne tortili dell'altare dell'Assunta, progettato da Francesco Maria Richini prima del 1641, e nel pavimento settecentesco della sacrestia dei Canonici, a disegni di marmo bianco di Musso, nero di Varenna e rosso di Arzo.

Il sasso di Moltrasio
Più a sud, nel primo bacino, la pietra era grigia. Il calcare di Moltrasio è una roccia del Giurassico, grigio scura con patine color nocciola, in strati spessi da pochi centimetri a più di mezzo metro, nei quali si trovano spesso ammoniti, anche grandi. Prende il nome dal paese, e lo stemma del Comune lo ricorda: l'oro del campo allude alla ricchezza e alla fama che gli abitanti si guadagnarono cavandolo, e nel primo stemma, disegnato nel 1909, i monti erano neri, del colore della pietra. Anche il nome di Carate, poco più a nord, verrebbe da una parola celtica che indica un luogo di pietra, per le cave usate fin dall'antichità. Non era una pietra di lusso: nel Settecento Anton Gioseffo Della Torre di Rezzonico scriveva che quella più friabile, indurita all'aria, serviva per coprire le case, più grossolana delle lastre di Lavagna e scartata da molti, per il peso, a favore delle tegole. Ma la si trova dappertutto: nei muri della chiesa di San Giovanni sull'Isola Comacina, nel pavimento di Santa Maria del Portico, sulla stessa isola, e nelle lastre del tetto dell'oratorio di San Fedelino, in fondo al lago.
Il nero di Varenna
Sulla sponda orientale la pietra era nera. Le cave di marmo nero sono uno dei luoghi da vedere lungo il Sentiero del Viandante. Nel 1824 l'abate Amoretti descriveva questo marmo come duro e vago, detto occhiadino perché sembra fatto di tanti occhi: nericcio, con lo spato bianco che a volte riempie i vuoti dei fossili marini rimasti nella pietra. Tre anni prima Davide Bertolotti, nel suo Viaggio al lago di Como, era passato rasente alle cave e aveva visto come vi si lavorava.
Rademmo poscia le cave de' marmi, i cui strati, sovrastando quasi per linea perpendicolare al lago, disagevol fanno e risicoso il lavoro dell'estrazione; talché spesso ne vedi gli operaj, attaccati in aria con funi, picchiar co' ferri il duro masso, sospesi sul precipizio.
Davide Bertolotti, Viaggio al lago di Como (1821)
Il marmo nero di Varenna si cavava nel territorio di Perledo, fra Varenna e Bellano, e anche a Olcio, frazione di Mandello; un'altra cava c'era a Grumo, all'ingresso di Lierna, poi trasformata in filanda con un'alta ciminiera. A Varenna la pietra regge la chiesa principale: le navate di San Giorgio sono divise da colonne rotonde di pietra nera del posto. E il nero viaggiava lontano. Le cave intorno al lago furono essenziali per la tradizione lombarda di scultori, scalpellini e architetti, alimentata dalla lunga fabbrica del Duomo di Milano; nel pavimento di quel Duomo, disegnato da Pellegrino Tibaldi, cominciato nel 1584 e completato soltanto fra il 1914 e il 1940, il nero di Varenna si alterna al bianco e rosa di Candoglia.

Bianco e nero
Pietre di colori diversi formano fasce nelle pareti di chiese e palazzi del lago. A Gravedona Santa Maria del Tiglio fu costruita con la pietra del posto, il marmo bianco di Musso e la pietra nera di Olcio, che nei muri si alternano a fasce. A Como, accanto al Duomo, la facciata del Broletto, il palazzo del Comune medievale, è a fasce di marmo bianco, grigio e rosso: il bianco è di Musso, il grigio di Moltrasio. In fondo al lago, invece, la pietra era il granito. Il granito di San Fedelino prende il nome dalla chiesetta di Novate Mezzola vicina alla prima cava, aperta alla fine del Settecento da tagliapietre della Val d'Intelvi. Servì a lastricare le strade, a Milano in via Broletto e anche a Sondrio, Como, Lecco, Pavia, Bologna e Verona, e oggi è il campione di riferimento, con valore uno, per misurare quanto si consumano le pietre da pavimento. Nel Settecento la chiesetta di San Fedelino faceva da magazzino agli operai delle cave vicine.
Sull'acqua
Per una pietra cavata sulle sponde, la strada era il lago. Il comballo, il barcone da carico del Lario, compare già in un documento del 1218 che vietava ai barcaioli del lago di Como di mettersi in società fra loro per gestire navi e imbarcazioni. Era lungo fra venti e trenta metri, a sezione quadrata, con il fondo piatto di tavole irregolari e una sola vela quadra su un albero fisso, per sfruttare il vento in poppa; quando il vento mancava si andava con quattro remi e con una pertica di sei o sette metri puntata sul fondo. Si governava con una rozza pala in cima a un palo lungo una decina di metri, sul fianco destro. Portava i carichi pesanti, soprattutto per l'edilizia: i sassi di Moltrasio, la sabbia, la calce e la legna per le fornaci. A pieno carico la fiancata affiorava appena dall'acqua, e i naufragi erano frequenti, perché lo si caricava fino al limite. Per scendere da Lecco a Milano lungo l'Adda si usava il burchiello, molto simile, ma con l'albero smontabile per passare sotto i ponti. A Bellagio se ne conservano ancora un paio.
Gli eventi storici collegati al racconto sono raccolti nella Cronologia del lago.





